Departures: dall’impossibilità dell’elaborazione della morte biologica alla morte dell’arte

Questo articolo è stato pubblicato sull’European Journal of European Psychoanalisis

Il film Departures, del giapponese Yojiro Takita , può essere annoverato senz’altro tra il cinema d’autore nonostante sia stato premiato con un’oscar nel 2009 , come miglior film straniero, in una rassegna che con difficoltà premia film con tali caratteristiche. Questa circostanza, unita alla difficoltà del film a trovare una distribuzione ( il film è uscito nelle sale solo un’anno più tardi) ci informa subitaneamente sui contenuti del film riferibili principalmente alla relazione della Morte con Vita. Relazione che, nella comunicazione del mezzo cinematografico che utilizza l’immediatezza delle immagini, è solitamente rimossa nella cultura pop occidentale, o perlopiù confinata nel cinema d’autore, per l’appunto, un cinema destinato alla visione di pochi : un’elite intellettuale presumibilmente in grado di digerire contenuti ostici. Se il film ha quindi vinto un oscar e seppure con difficoltà ha trovato una distribuzione, ciò vuol dire che una delle sue qualità è quella di aver trovato la forma comunicativa e il tatto per parlare di un contenuto indigeribile dalla mente umana, la morte, parlandone in forma diluita attraverso un discorso sulla vita. Si può altresì affermare che solo un regista Giapponese sarebbe potuto riuscire nell’impresa essendo, nelle espressioni artistiche della propria cultura, tali elementi spesso, se non sempre, contemporaneamente presenti. Consapevoli inoltre della generalizzazione, si potrebbe ulteriormente e pregiudizialmente affermare che in molte culture orientali la morte, l’Heiddegeriano e Sartriano “l’essere per la morte”, confinato nella cultura occidentale in alcune nicchie filosofiche, è nella cultura orientale nient’altro che “senso comune”.

Ma veniamo alla riuscita sceneggiatura del film: Daigo, che è violoncellista da poco disoccupato, è costretto dalle circostanze a tornare nel paesino d’origine alla ricerca di un nuovo lavoro che gli consenta di portare avanti quantomeno il suo progetto famigliare (una moglie e magari dei figli) ma a causa di un fraintendimento si trova alle prese con un lavoro “scomodo” non privo di conseguenze : diventa un Tanato- esteta ovvero colui che ricompone il corpo dei defunti, alla presenza dei familiari, restituendogli , prima della cremazione, un’apparenza di vitalità ,in modo che questi ultimi possano serbare un ricordo “ accettabile “ del defunto: ovvero un ricordo della persona come era in vita, prima del trapasso. In questa costruzione contingente della storia, il licenziamento dall’orchestra , il nuovo lavoro che ha come conseguenza l’emarginazione e l’allontanamento della moglie, si intreccia la vicenda biografica e psicologica del protagonista che in tenera età è stato abbandonato dal padre e che , proprio in virtù del suo nuovo lavoro, lo rincontrerà , ma morto , e con lui potrà riconciliarsi proprio tramite la sua nuova attività: sarà proprio lui, con le sue mani , a curarne minuziosamente la ricomposizione del corpo prima della cremazione.

La vicenda parla quindi, sia dal punto di vista psicologico del protagonista, sia punto di vista della comunità sociale a cui appartiene, della elaborazione del lutto di una perdita reale. Esaminandone gli elementi capiremo forse l’arcano del successo di un film che tratta di un tema non soltanto ostico , non solo “rimosso”, ma sempre più “negato” dalla cultura occidentale tramite l’ideologia della vita eterna imbonita non solo dalla religione e dalla chirurgia estetica, ma sempre più dalla medicina e finanche dalla politica.

“Il corpo morto” è il corpo privo di anima, che le religioni induiste considerano effettivamente tale interessandosi maggiormente alle vicissitudini dell’anima trasmigrante, dopo la morte, in altri corpi in altri esseri vitali. Nella cultura quantitativa filmica occidentale l’anima ha addirittura un peso definito: “21 grammi”, così recita il film di successo di Alejandro Gonzàles Inàrritu.

Nel film in questione è l’insopportabilità del corpo morto, ovvero della morte, la cui realtà oggettiva è per l’appunto il corpo morto, deteriorato, livido, in via di decomposizione. Al tanato- esteta è dato il compito di tener viva l’illusione, anche e ancora per pochi minuti, che il corpo morto sia corpo vivo, non deteriorato, ovvero che nulla sia cambiato nel caro estinto ovvero che esso non sia affatto estinto.

Dietro l’apparente funzione di elaborazione del lutto della cerimonia si cela l’inelaborabilità del lutto, la sua negazione. A Daigo si chiede di fatto quella “reversibilità” biologica, anche per un solo attimo, che la morte non consente. E infatti in tutti i cerimoniali, durante l’operazione di ricomposizione, i familiari non piangono, alcuni addirittura in un meccanismo difensivo di negazione ridono, mentre le lacrime interverranno solo quando il corpo è cremato: è questa l’operazione “igienica” ,fuori dal rituale, che esclude ogni speranza.

E’ chiaro che, anche in una cultura come quella giapponese in cui la morte è più presente nella vita che nella cultura occidentale che la nega continuamente, la sua concretezza è altrettanto inelaborabile a causa della sua invariabile “effettività biologica”. Ogni cultura trova quindi la sua modalità di “elaborazione psicologica” e tutti i rituali che essa creativamente produce non sembrano servire ad altro che a testimoniarne l’impensabilità della sua concretezza. Tutte Le religioni non trovano in fondo la loro ragion d’essere nel produrre modelli di elaborazione psicologica di ciò che per sua natura è impensabile, inelaborabile?

Ma torniamo al protagonista Daigo: come in una lente di ingrandimento la sua vicenda personale rispecchia quella sociale, ma con un elemento di maggior complessità: la dimensione psicologica unica ed individuale. E questo è forse il maggior pregio del film: aver parlato di un tema generale ma avendolo anche declinato in una dimensione psicologica unica e irripetibile. L’aver accettato l’oneroso compito e l’essere diventato stimato per la sua eccellenza riconcilia Daigo con la comunità sociale e con se stesso. Ci si chiede come questo sia possibile? Il sospetto che la sua bravura derivi da un tentativo controfobico di elaborare la morte del padre abbandonico, ucciso mille volte dentro se stesso dai sentimenti di rabbia, e che trova la sua elaborazione psicologica concreta e finale nella ricomposizione del corpo del padre morto non spiega abbastanza. La realtà è che egli si emancipa effettivamente dal padre, non accettando il suo mandato, “diventare un eccellente violoncellista” ma diventando un vero “artista.” ovvero un Tanato-esteta che partecipa emotivamente alla ricomposizione dei corpi altrui per una urgenza egoistica e artistica e tra la incomprensibile meraviglia dei familiari . In fondo, simbolicamente, egli potrebbe essere annoverato tra le avanguardie artistiche che hanno esplorato la morte. Suggerirei non tanto il fotografo Andreas Serrano famoso per le foto scattate all’interno dei pronto soccorsi delle metropoli americane che per l’appunto cercando il fermo immagine del trapasso si è fermato al “memento mori“, quanto piuttosto a Damien Hirst famoso per gli animali morti, tenuti in vasche di formalina, e il cui Manifesto poetico recita: The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living (ovvero, L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo): per l’appunto un’altra elaborazione artistica per tenere in vita ciò che è morto e quindi negare la morte stessa! Alla luce delle esigenze sociali di esorcizzare la morte biologica diviene quanto mai comprensibile quello che ad alcuni appare come un incomprensibile successo!

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